OCCHIO E ORECCHIO
Canti sacri dell’Emilia Il folk, le tradizioni e i riti liturgici, le processioni, sono un ottimo viatico per i suoni della memoria. “La terra che mi porta”: è il suggestivo titolo del disco realizzato assieme da Pìvari Trio e dai solisti della Compagnia del Maggio di Frassinoro (FolkClub EthnoSuoni, www.folkclubethnosuoni.com) incentrato sui canti sacri popolari di tradizione emiliana. La ricerca – perfezionata poi dagli studi etnografici - si è svolta sul campo con registrazioni di riti ancora esistenti e testimonianze di anziani. I brani sono stati disposti seguendo il corso dell'anno solare: dalla Befana al Natale. La scelta degli strumenti e gli arrangiamenti sono stati organizzati lungo due filoni tematici: l'uno che potremmo definire da chiesa, con sonorità raccolte ed intime per raccontare i fatti della Passione ed eseguire i brani di provenienza più strettamente liturgica; l'altro - che invece potremmo chiamare di festa - raccoglie in uno stile più ricco e gioioso i canti delle ricorrenze liturgiche legati alle feste e alle tradizioni popolari, dove il messaggio cristiano si mescola ad antiche feste pagane come nel caso della Befana, o a tradizioni musicali esterne all'ambito religioso come il Maggio drammatico. Ma i brani che più affascinano sono senz’altro quelli pasquali come “Maria Maddalena” - arioso, corale e sacrale allo stesso tempo – lo “Stabet Mater – Miserere”, “Christus crucifixus est”… Gaetano Menna n Tradizionali Pugliesi Dall’Emilia alla Puglia. Malicanti ci propongono “Tarantelle e canti tradizionali delle Puglie” (Finisterre, www.finisterre.it). Nel disco ci si sforza di rendere i brani, senza orpelli, quanto più possibile vicini all’originale del passato. I canti del Salento e del Gargano sono stati appresi direttamente da anziani cantori che, con il passare degli anni, sono diventati amici dei componenti del gruppo. In particolare ci sono i “ricordi” di Andrea Sacco, Uccio Aloisi e il compianto Luigi Stifani (c’è anche un piccolo contributo sonoro nel cd per rendere loro grazie). E ad uno di questi “grandi vecchi” viene dedicato pure un libro-testimonianza: “Andrea Sacco, suona e canta”, con doppio cd allegato (Edizioni Aramirè, www.aramire.it) scritto da Enrico Noviello, cantante dei Malicanti. Ci si accosta ai “maestri” (i depositari della tradizione) con umiltà con la voglia di imparare e, soprattutto, di non dimenticare. «A noi – dicono gli artisti - emozionavano le voci e i suoni degli anziani che sono rimasti a testimoniarci un mondo che non è il nostro. E insieme ci siamo chiesti se suonando potevamo ricreare quell’universo emotivo». Gaetano Menna n Perugino a Firenze A Firenze, presso il quattrocentesco Cenacolo di Fuligno, ex refettorio monumentale del Convento delle Terziarie francescane, una rassegna proposta dal ministero per i Beni e le Attività culturali ed organizzata da Eventi Polistampa: 52 opere delle scuola del Perugino raccolte attorno al grande affresco dell’Ultima cena, confermato dalla critica in toto opera autografa del grande maestro Pietro di Cristoforo Vannucci detto il Perugino, con Cristo al centro dietro la tavola come nella più tradizionale iconografia, ma con una particolare scenografia del porticato alle spalle. Un omaggio di Firenze a Pietro Perugino che consente di porre l’affresco in relazione ad altre opere autografe del maestro, sia di definire eventuali interventi nell’esecuzione dello stesso da parte di collaboratori, attraverso il confronto diretto con altre opere di artisti con i quali fu in contatto, quali lo Spagna, Rocco Zoppo, il Maestro del Compianto di Scandicci, Gerino da Pistoia ed altri. Dire cosa impressioni di più, nelle opere del Perugino, può essere forse riassunto così: la quantità e qualità dei disegni dei personaggi, che servivano sia per i pittori delle sue botteghe o che collaboravano con lui, così da uniformare lo stile, sia a scopo promozionale per convincere eventuali committenti; in secondo luogo, il cambiamento di stile, da personaggi ritratti come s’usava a volti e pose sublimamente seducenti, con un “manierismo” molto marcato. La produzione artistica del Perugino fu copiosissima, ricercata da collezionisti e mercanti d’arte in Italia e all’estero, e questo diede origine ad una scuola non solo umbra ma anche toscana, con botteghe aperte altresì a Bologna, Milano, Roma e Napoli: come tuttavia soleva ripetere lo storico aretino Giorgio Vasari, a suo avviso il Vannucci metteva «in opera bene spesso le medesime cose», dava «a tutte le figure un’aria medesima» e riduceva «la dottrina dell’arte a maniera». Ma tutti sappiamo che il Vasari mal sopportava il pittore di Città della Pieve perché non fiorentino e neppure toscano, al punto da definirlo molto attaccato al denaro ed «anche persona di assai poca religione, e non gli si poté mai far credere l’immortalità dell’anima». Infatti, come ricorda in catalogo Paolucci, soprintendente per il Polo museale fiorentino, il Perugino «dipingeva dolcissime Madonne angelicate, pale d’altare melodiose e fiorite come pezzi di Paradiso caduti sulla terra ma in realtà era irreligioso, praticamente ateo, non credeva nelle vergini e nei santi che pure dipingeva in modo così convincente». A parte tali considerazioni, il Perugino svolse un ruolo importantissimo nella storia della pittura italiana alla vigilia della Maniera Moderna, «mettendo a punto – sono ancora parole di Antonio Paolucci – per la prima volta dai tempi di Giotto una vera e propria lingua figurativa unificante a livello nazionale». La mostra – la cui conclusione è prevista l’8 gennaio 2006 – rappresenta il primo passo per la nuova destinazione museale del Cenacolo di Fuligno quale Museo dedicato al Perugino. Accompagna la rassegna "Perugino a Firenze. Qualità e fortuna di uno stile" un pregevole catalogo d’arte, per le Edizioni Pagliai/Polistampa, con vari contributi critici in uno alla riproduzione delle opere. Manuela Mattei
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